Robin, quando la musica diventa finalmente una voce personale

Prima ancora di diventare robin, c’è un pianoforte. È da lì che parte il percorso di un artista che ha costruito la propria identità musicale attraversando scrittura, produzione e lavoro dietro le quinte, prima di sentire la necessità di mettersi direttamente al centro delle proprie canzoni. Un percorso che continua a vivere su due binari: da una parte la scrittura per altri artisti, dall’altra un progetto personale in cui la vulnerabilità e l’esperienza diventano materia prima.

Con “ARIA CONDIZIONATA”, robin parte da un dettaglio apparentemente insignificante per raccontare quello che rimane dopo la fine di una relazione: gli oggetti, gli spazi e le piccole abitudini capaci di riportare improvvisamente qualcuno nella nostra quotidianità. Un brano che segue una direzione intima e sospesa, coerente con un progetto in cui anche l’immagine ha un ruolo importante e contribuisce a costruire un mondo riconoscibile.

Alle spalle ci sono collaborazioni con artisti come Ermal Meta, Emma Marrone e J-Ax, oltre a “Spettacolare”, interpretata da Maninni sul palco di Sanremo 2024. Ma oggi robin vuole soprattutto capire cosa succede quando quelle canzoni non vengono più affidate alla voce di qualcun altro: cosa significa esporsi personalmente, costruire un’identità e imparare a stare sul palco senza perdere la propria dimensione più intima.

Nel 2026, l’esperienza al fianco di Ermal Meta, prima nei club e poi sul palco estivo di Terlizzi, ha aggiunto un altro tassello a questo percorso, mettendo robin davanti a due modi molto diversi di vivere il rapporto con il pubblico. Da qui nasce una conversazione sul suo modo di scrivere, sul significato del nome che porta fin dall’infanzia, sul rapporto tra musica e immagini e sulla scelta di trasformare finalmente ciò che per anni è rimasto dietro le quinte in qualcosa di profondamente personale.

  1. Ciao! Da dove nasce la tua passione per la musica? Come hai iniziato il tuo primo approccio?

La mia passione per la musica è nata molto presto, quasi naturalmente. Il pianoforte è stato il mio primo vero punto di contatto con la musica e, crescendo, è diventato molto più di uno strumento. È sempre stato un modo per esprimere cose che a parole facevo più fatica a raccontare.

Ho studiato pianoforte al conservatorio e parallelamente mi sono avvicinato sempre di più alla scrittura, al mondo pop e alla produzione.

  1. Quando e come hai deciso di creare il tuo progetto solista? Cosa significa per te il tuo nome d’arte?

Il progetto solista è nato dal bisogno di mettere insieme tutte le parti del mio percorso, il pianista, l’autore, il musicista e la persona. Per molto tempo ho scritto per altri artisti e ho lavorato dietro le quinte, ma sentivo che alcune cose avevano bisogno della mia voce per essere raccontate fino in fondo.

“robin” è un nome che mi porto dietro da quando ero bambino. Era il modo in cui mio padre mi chiamava e, nel tempo, è diventato quasi una parte della mia identità. Ho scelto di utilizzarlo anche artisticamente proprio perché è qualcosa di molto personale e legato a una parte autentica di me.

  1. Ti occupi personalmente di testi ed arrangiamenti o ti avvali di qualche collaborazione in particolare? Cosa rende unico il tuo suono?

Mi piace molto creare un vero e proprio team di lavoro intorno alle canzoni, perché credo che il confronto con altre persone possa arricchire molto un brano. Per la scrittura collaboro principalmente con Francesco De Maria, con cui condivido una sensibilità e un modo di raccontare le emozioni che sento molto vicini.

Per quanto riguarda invece l’arrangiamento e la produzione, lavoro con Gianluca Damiani, con cui negli anni abbiamo costruito e definito sempre di più il suono di robin. Un’altra figura importante nel mio percorso è Matilde Davoli, che ha lavorato a tutti i brani di robin occupandosi del mix e del master e contribuendo quindi in maniera importante alla definizione del suono finale.

Mi piace l’idea che ogni persona del team possa portare la propria sensibilità e il proprio punto di vista. Il pianoforte rimane un elemento centrale, ma mi piace creare intorno atmosfere, spazi e dettagli sonori, cercando sempre un equilibrio tra qualcosa di molto intimo e umano e una produzione più ampia e contemporanea.

  1. “ARIA CONDIZIONATA” è il tuo nuovo singolo. Com’è nato? Di cosa parla? Cosa ti ha ispirato? Perché questo titolo?

“ARIA CONDIZIONATA” nasce da una situazione molto concreta, la fine di una relazione e quei momenti in cui, anche dopo che una storia è finita, continui a ritrovare l’altra persona nei dettagli della quotidianità.

Mi piace partire da immagini semplici, quasi banali, e provare a trasformarle in qualcosa che abbia un significato emotivo più grande. In questo caso l’aria condizionata è proprio uno di questi dettagli, una cosa presente nella stanza, apparentemente insignificante, che però diventa legata a un ricordo preciso.

Il brano parla quindi della difficoltà di lasciare andare qualcuno e di come la memoria riesca a sopravvivere nelle cose più piccole. Il titolo nasce proprio da questo, da un elemento concreto che diventa il simbolo di qualcosa che non c’è più.

  1. Come è nata l’idea della copertina? Quanto conta l’aspetto visivo nella tua musica?

Per me l’aspetto visivo è molto importante e fa parte a tutti gli effetti del mondo di robin. Mi piace che musica e immagini possano dialogare senza necessariamente raccontarsi in maniera letterale.

Mio fratello Maurizio William Guglielmi, che è un grafico, ha sempre curato e gestito la parte estetica del progetto. Ci confrontiamo molto e insieme cerchiamo di costruire un’identità visiva che sia coerente con quello che voglio raccontare attraverso la musica.

Per questa ultima uscita, “ARIA CONDIZIONATA”, c’è stata anche la collaborazione di Gianmarco Colajemma, che ha contribuito alla realizzazione dei contenuti e del video ufficiale. Mi piace l’idea che, pur mantenendo una direzione estetica precisa, possano entrare nel progetto anche idee diverse.

Per la copertina di “ARIA CONDIZIONATA” con mio fratello abbiamo scelto un’immagine abbastanza misteriosa, che non contiene elementi direttamente riconducibili alla storia del brano. Mi piace proprio perché non dà una spiegazione, ma suggerisce delle sensazioni. Guardandola puoi percepire qualcosa che poi ritrovi anche ascoltando la canzone, una certa sospensione, una dimensione emotiva e un’atmosfera che lascia spazio all’interpretazione.

  1. Riesci a far coesistere con successo il tuo progetto solista “robin” e l’attività di autore per grandi artisti come Ermal Meta, Emma Marrone e J-Ax. Inoltre, il tuo brano “Spettacolare”, interpretato da Maninni, è arrivato sul palco di Sanremo 2024. Com’è l’esperienza di affidare le tue canzoni ad altre voci? Il tuo approccio alla scrittura cambia quando componi per un altro artista rispetto a quando crei qualcosa per il tuo progetto personale?

Per me sono due dimensioni che si alimentano a vicenda. Scrivere per altri artisti mi ha insegnato tantissimo e continua a farlo, perché quando componi per qualcun altro devi cercare di entrare nel suo mondo, nella sua sensibilità e nella sua voce.

Quando una canzone che hai scritto viene affidata a un altro artista succede qualcosa di molto particolare, smette in qualche modo di essere soltanto tua. La persona che la interpreta la porta dentro la propria storia e le dà un significato nuovo. È una cosa che trovo molto bella.

Quando invece scrivo per robin sento una responsabilità diversa. Non devo cercare di rappresentare qualcun altro, ma devo chiedermi quanto quella canzone mi rappresenti davvero. Anche per questo il processo cambia, nel progetto personale posso essere più vulnerabile e raccontare cose che sento profondamente mie.

In questo momento sento di essere particolarmente concentrato sul progetto robin e sulla sua crescita, perché voglio dedicargli tempo ed energie e costruire passo dopo passo una mia identità artistica. La scrittura per altri rimane comunque una parte importante del mio percorso, che voglio continuare a coltivare.

  1. Nel 2026 hai condiviso molto palco con Ermal Meta, aprendo le date del suo tour nei club a maggio e poi il suo show estivo a Terlizzi ad agosto. Che differenza hai avvertito tra l’atmosfera intima dei club e quella di un grande open-air estivo? Qual è il valore o l’insegnamento più grande che hai portato a casa da questa esperienza in tour con lui?

Sono due dimensioni diverse. Nei club senti una vicinanza fisica ed emotiva molto forte, le persone sono a pochi metri da te ed è un contesto che ti mette molto a nudo.

In un grande open-air, invece, comunichi con un pubblico molto più ampio e non è sempre immediato riuscire ad arrivare a tutti. È sicuramente più difficile creare la stessa connessione che si crea nei club.

La cosa più importante che mi porto dietro è proprio questa, imparare a stare sul palco in contesti diversi senza perdere la propria identità. Condividere quelle date con Ermal è stato anche un grande stimolo umano e musicale. È un’esperienza che mi ha permesso di osservare da vicino come si comporta un grande artista sul palco.

Ermal mi ha insegnato a percepire il palco come un luogo sicuro, a lasciare andare le tensioni e le ansie legate alla pressione della performance e a vivere quel momento con il pubblico nel modo più positivo possibile.

  1. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Il mio obiettivo principale è continuare a far crescere robin in maniera coerente, senza avere fretta di arrivare da qualche parte ma cercando di costruire qualcosa che abbia un proprio carattere.

Vorrei continuare a scrivere e pubblicare musica, lavorare sempre di più sulla dimensione live e trovare il modo di portare sul palco tutto quello che c’è dentro le canzoni.

Vorrei anche continuare a scrivere per altri artisti, perché è una parte del mio percorso che amo e che mi permette continuamente di mettermi in discussione. Credo che, in fondo, l’obiettivo sia semplicemente continuare a fare musica e cercare, ogni volta, di farla nel modo più sincero possibile.


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