Ascoltando “All Things Bright” si ha la sensazione di entrare in una stanza dove qualcuno sta suonando per necessità, non per mestiere. Ed è forse proprio questa la forza del nuovo album di Andy Carrieri: il rifiuto di ogni retorica. Niente nostalgia costruita a tavolino, niente patina vintage, ma una relazione profondissima con il blues inteso come linguaggio quotidiano. Registrato nell’ottobre 2024, il disco raccoglie decenni di esperienze, incontri e ascolti sedimentati con pazienza.
Hai passato un’intera vita a “fare conoscenza con il blues”. C’è qualche aspetto del blues che senti di non aver ancora conosciuto abbastanza e che vorresti approfondire?
In realtà non si finisce mai di approfondire, scopro sempre nuovi aspetti che non conoscevo. È come quando decidi come vestirti, puoi decidere se stare a tuo agio o apparire come gli altro vogliono vederti. Preferisco stare a mio agio e per fare questo ho un approccio molto personale e interpretativo nell’esecuzione, sono sempre alla ricerca di un mio stile riconoscibile.
Quanto conta il silenzio nella costruzione di un brano acustico?
B.B.King diceva che il blues è fatto di pause. Nella musica le pause sono dei silenzi con dei valori precisi. Anche nella costruzione di un brano acustico questo ha la sua importanza, spesso i silenzi aiutano la dinamica di una canzone. Quasi tutti i brani li concepisco in acustico perché, se funzionano così, è più facile arrangiarli in versione elettrica e con un gruppo.
Che cosa ti affascina ancora oggi del Delta Blues?
Sicuramente il suo lato più selvaggio. Lo considero la forma di Folk-Rock più vicina alle origini della musica moderna, la pulsione originaria dalla quale è partito tutto. D’altronde è un genere che nasce dalla necessità di trovare una propria identità culturale. Da questa necessità di potersi esprimere, si è trasformato nel tempo e nei luoghi. I primi musicisti che scrivevano canzoni blues si ispiravano a quello che sentivano e vivevano ed erano spesso itineranti, un po’ per necessità, un po’ per una sorta di stile di vita che permettesse loro di vedere altri posti che non fossero quelli nei quali erano nati e cresciuti. e questo mi continua ad affascinare
Quando interpreti un classico della tradizione, senti più responsabilità o libertà?
Sento la libertà di potermi esprimere. Interpretare una canzona significa farla propria. Non voglio sentirmi costretto dentro delle regole o degli schemi. Quando si esegue una vecchia canzone poterla interpretare le permette di restare viva. È così che la prima Baby Please Don’t Go mai eseguita è diventata l’ultima che abbiamo sentito. L’unica responsabilità che sento è quella di cercare, ascoltare le diverse versioni, gli originali, scoprire cosa c’è dietro a ogni pezzo, la sua storia documentarmi sufficientemente per sapere chi l’ha scritta e registrata per primo, conoscerlo e capire come ha fatto a rimanere viva fino ad oggi.
Nel corso della tua carriera hai lavorato anche a colonne sonore per documentari. Come cambia il tuo approccio di fare musica rispetto a quando scrivi e componi esclusivamente per te?
Cambia solo l’approccio iniziale. Delle volte sento un riff o una strofa oppure mi viene in mente un verso e da lì parto per costruire qualcosa, quando invece devo musicare delle immagini mi faccio trasportare da quelle. È quasi più facile. Delle volte il regista mi dice anche cosa ci sentirebbe lui. Una volta l’ho costruita insieme al montatore che mi mostrava le immagini sulle quali dovevo lavorare e io ci ho suonato in diretta in modo da poter cronometrare l’intervento con la massima precisione. Una carrellata da un punto all’altro di una strada, ad esempio. È un approccio che mi ha sempre affascinato.
Qual è stata la sfida più difficile nella realizzazione di “All Things Bright”?
Prima di tutto registrarlo: a parte 4 pezzi che ho suonato in diretta insieme ad un batterista (Alessio Gavioli), il resto dell’album l’ho suonato da solo. 35 takes in un giorno e mezzo. Abbastanza faticoso ma ha dato molte soddisfazioni. È stato un lavoro intenso grazie anche al supporto in studio di Cosimo Dell’Orto che mi ha prodotto e Paolo Dal Broi che ha microfonato e registrato il tutto. Anche tutto il loro lavoro di post-produzione e di editing è stato fondamentale. La vera sfida è stata creare un prodotto convincente e vero. È stato fondamentale il lavoro di artwork grafico ideato da Mauro Mattia Serra come fotografo e art director e lo sviluppo grafico di Steo Zacchi a cui è dedicato il disco e Valerio DeNicolò che ha realizzato la copertina del disco. Non abbiamo voluto tralasciare niente.
Dopo tanti anni di carriera, cosa significa oggi “suonare bene” per te?
Sicuramente essere in grado di trasmettere emozioni, sia che si suoni dal vivo sia che si registri in studio. Penso sempre a quello che ha scritto Elvis Costello nella sua biografia a proposito dell’attitudine. La famosa punk attitude, Costello racconta che l’ha capita quando ha visto dal vivo Neil Young con i CSN&Y, quando hanno eseguito una sua canzone mai fatta prima. L’attitudine di dare al pubblico qualcosa che non sia necessariamente quello che il pubblico vuole in quel momento. Ecco, suonare bene vuol dire essere in grado di trasmettere a chi ti ascolta anche qualcosa che non si aspetta e che non aveva già sentito. In questo modo quello che esce dal tuo strumento entra davvero dentro chi ti ascolta.
