Diamo il benvenuto agli Alma Acoustic su Fuori La Scatola per questa nuova intervista!”Il Fiume dell’Oblio” prende spunto dal mito greco del Lete per affrontare un tema estremamente attuale. Come è nata l’idea di collegare una figura della mitologia classica ai meccanismi della comunicazione e dell’informazione contemporanea?
È nata da una sensazione, prima che da un’idea: quella di guardare la massa andare alla deriva e sentirsi impotenti. Come se ci fosse qualcosa o qualcuno sopra di noi che ci impone una direzione, una specie di Dio che non si può contraddire, quando in realtà la possibilità di reagire c’è, eccome. E poi c’è l’immagine della massa che scorre tutta insieme, compatta, come un flusso che con il suo passaggio cancella tutto in un secondo. Lì è scattato l’abbinamento con il fiume.Quando siamo andati a cercare, abbiamo scoperto che i greci ci avevano già pensato: il Lete era il fiume dell’oltretomba, e le anime ci bevevano per dimenticare la vita precedente. La cosa affascinante è che per loro non era una punizione, era un sollievo, un modo per ricominciare puliti. Esattamente come oggi l’oblio non ci viene imposto con la forza: ce lo offrono come riposo, come svago. Non ci siamo inventati niente, abbiamo solo cambiato l’interfaccia.Detto questo, il tema è impegnativo, e non volevamo fare la “canzone predica”. Quindi nel video ci siamo divertiti: il nostro Dio dell’oblio non è una figura minacciosa, è un fattorino del delivery, che gira a consegnare questa bevanda che rende tutti docili. Ci ispirava l’idea che il potere più efficace, oggi, non muova nemmeno il sedere per fare il suo lavoro, ma che lo demandi a un povero rider sfruttato e sottopagato che ti suona al campanello con un pacco…
Nel brano affermate che chi perde la memoria rischia di perdere anche la capacità di distinguere il bene dal male. Pensate che oggi la società stia vivendo una sorta di “crisi della memoria collettiva”? Quali segnali vi hanno spinto a scrivere questa canzone?
Sì, è proprio il cuore del brano, e lo vediamo ogni giorno. Succedono cose gravissime nel mondo, guerre, soprusi, abusi di ogni tipo, e fanno notizia per qualche ora. Il giorno dopo non se le ricorda più nessuno, e spesso chi ha commesso quei fatti viene pure riabilitato, si riprende il suo status come se la fedina penale si ripulisse ogni ventiquattr’ore. Come una storia di Instagram che dopo un giorno sparisce. Se ci pensi è spaventoso: sembra quasi che oggi tu possa fare qualsiasi cosa, perché basta reggere i giudizi per un giorno e poi arriva il reset, e nessuno ricorda più niente.
Ma la cosa più grave è un’altra: non cancelliamo solo il male, cancelliamo tutto. Anche il bene. Non ci ricordiamo più di chi ci ha fatto del bene, di un bel momento, di una persona che è passata nella nostra vita. È come se niente avesse più valore al di là dell’istante presente, e di poterlo mostrare agli altri. Per questo nel testo diciamo che chi perde la memoria perde anche la bussola tra il bene e il male: senza memoria non c’è giudizio, e senza giudizio si obbedisce e basta.
La risposta, per noi, non è solo “salvare la memoria”. È anche riscoprire la lentezza, il gusto di vivere le cose davvero invece di consumarle, un discorso che avevamo già iniziato nel nostro singolo precedente, “Vita”. Memoria e lentezza, in fondo, sono la stessa medicina.
Una delle immagini più suggestive del testo è quella del Dio che offre un “calice brillante” contenente un “dolce veleno anestetizzante”. Chi o cosa rappresenta questa figura nella vostra visione? È una metafora del potere, dei media o di qualcosa di ancora più ampio?
Qui c’è il ribaltamento a cui tenevamo di più. È comodo pensare che il colpevole sia il sistema, le fake news, il potere, la valanga di contenuti usa e getta. Ma la verità è più scomoda: il fiume siamo noi. La massa che scorre in quel flusso è fatta di noi, della maggioranza delle persone, me compreso, sia chiaro.
E siamo arrivati a un punto in cui non ce lo impone più nessuno. È così radicato in noi questo comportamento che lo facciamo volentieri, ci sguazziamo. Questa è la parte subdola: è un meccanismo che ti fa assuefare, ti fa volere sempre di più proprio la cosa che ti sta limitando. Perché non richiede sforzo. Pensare costa fatica, ricordare costa fatica, farsi un’opinione critica costa fatica. Accendere uno schermo e scrollare no: la dopamina sale, stai bene, e smetti di pensare. Il calice brillante è esattamente quello, non te lo strappano di mano, lo allunghi tu
Dal punto di vista musicale, il brano ha un andamento quasi ipnotico che accompagna perfettamente il tema dell’oblio. Quanto è stato importante lavorare sull’atmosfera sonora per trasmettere questa sensazione di seduzione e smarrimento?
Tantissimo, è stata una ricerca molto attenta. La cosa a cui tenevamo di più era che il Dio seducente non suonasse mai malvagio. Volevamo che fosse quasi goffo, un po’ ridicolo, uno che con un minimo di astuzia puoi aggirare. Per questo certe frasi sono cantate con un tono tra l’ironico e il buffonesco, quel “ti puoi fidare di me” ha dentro una strizzata d’occhio, non è una minaccia, è un imbonitore. Come facciamo spesso, abbiamo nascosto un piccolo easter egg: subito dopo “obbedisce al padrone” c’è un fischio, quello con cui si richiama un cane. Ci sembrava l’immagine giusta, e ci siamo fatti una risata amara a metterlo lì.
E poi sì, l’andamento è ipnotico, continuo. C’è un sirtaki che ti trascina, che insieme alla ritmica ti fa perdere dentro il flusso, ed è voluto, perché la forma della canzone doveva farti sentire quello di cui parla: il lasciarsi andare alla corrente. È un insieme di suoni e parole che ci ha dato un risultato davvero in tema con quello che volevamo dire, e siamo molto contenti di come l’atmosfera rispecchi il senso del brano. In fondo è la cosa più bella quando scrivi: quando come suona una canzone dice già cosa significa.
In un’epoca caratterizzata da un flusso continuo di contenuti, credete che anche la musica possa diventare vittima di questa logica “usa e getta”? Come cercano gli Alma Acoustic di costruire canzoni capaci di lasciare un segno nel tempo?
La musica è vittima di questo meccanismo già da un pezzo, purtroppo. Per fortuna ci sono ancora tantissimi autori bravi che scrivono quello che sentono, fuori dalle logiche di mercato, senza pensare ai numeri o alle vendite. Noi vogliamo stare da quella parte lì. C’è una cosa che disse Franco Battiato, in una vecchia intervista insieme a Carmen Consoli, che per noi è una specie di bussola. Diceva che “non è disdicevole vendere diecimila copie invece di centomila, perché quello che conta davvero è quante persone influenzi con quelle diecimila, contro quante ne lasci totalmente indifferenti con centomila”. È esattamente il nodo della questione. Preferiamo arrivare davvero a poche persone che scivolare addosso a tante. Noi abbiamo scelto di comunicare, e di farlo con il linguaggio che ci appartiene di più, quello che secondo noi è il veicolo migliore per arrivare alle persone: scrivere pop in italiano. Portiamo temi sociali, e nella maggior parte dei casi proviamo a dargli un taglio ironico, perché l’ironia rende l’ascolto più piacevole e, paradossalmente, fa entrare il messaggio più in profondità. L’obiettivo è sempre quello: lasciare qualcosa che accenda un pensiero. Vogliamo accendere il pensiero, in fondo è questo che fa ALMA Acoustic. Poi, certo, se serve allo scopo siamo capaci anche di “disattendere senza pietà”, come diceva il maestro. Ma sempre con un’idea in testa, mai tanto per riempire il silenzio.
Lasciamo l’ ultimo spazio dell’ intervista ai nostri ospiti. Potete ora lanciare un vostro messaggio o rispondere alla domanda che avreste voluto ma non vi è stata fatta!
Grazie per questa opportunità, la domanda che avremmo voluto è “ma allora, secondo voi, siamo spacciati?“. E la risposta è NO. Tutto il brano parla di un fiume che cancella, di un Dio che ti porge il bicchiere, di gente che ci sguazza dentro, e sembra pessimista, ma non lo è. Perché quel Dio, l’abbiamo detto, è goffo, lo puoi aggirare. Basta una cosa piccolissima: accorgersene. Nel momento esatto in cui ti rendi conto che stai bevendo, hai già smesso (proprio come succede alla fine del nostro VideoClip).
Noi non scriviamo canzoni per dire che il mondo fa schifo. Le scriviamo per ricordare che basta un attimo di attenzione per uscirne, e che quell’attimo ce l’abbiamo tutti. La nostra musica, in fondo, è solo un colpetto sulla spalla che ti dice: “ehi, guarda che ti stanno versando da bere”.
E se una canzone, la nostra o di chiunque altro, ogni tanto vi ferma a pensare per un secondo, ricordatevelo… Ditelo a chi l’ha scritta, andate a sentire la musica dal vivo, tenetela da parte. Di questi tempi ricordarsi di chi ci lascia qualcosa è quasi un atto di ribellione… La musica indipendente ha bisogno di supporto, non datelo per scontato, sostenetela in ogni modo possibile, parlatene con gli amici, condividetela, è l’unico strumento davvero potente che avete. E ogni tanto spegniamo tutto e prendiamo in mano un libro, questo lo diciamo sempre in chisura ad ogni nostra intervista.

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