Benvenuto Mauresio su Fuori La Scatola per questa nuova intervista! “Il tuo amore è dolore” racconta un sentimento che sembra sopravvivere anche alla fine di una relazione. Quanto c’è di autobiografico in questo brano e quanto, invece, appartiene a una dimensione più universale dell’amore?
È autobiografico al cento per cento. Non c’è nulla di inventato. Ogni frase mi ricorda un frammento fotografico di ciò che ho vissuto. Ogni parola nasce da una ferita vera, da un amore che non si è spento nemmeno quando tutto è finito.
La protagonista di questa canzone sa esattamente di cosa sto parlando. Nel testo canto che il mio amore non muore, che non è mai morto. È una dichiarazione forte, netta, quasi ostinata. Poi però, a distanza di tempo, mi viene da sorridere e chiedermi (anzi, chiederti): sarà ancora vero oggi? Quanti anni sono passati da quando l’ho scritta? Mistero. Forse è ancora tutto lì, forse no. Certo non te lo dico, qui ora. Lo scoprirai, forse, ascoltando «Fame di me», se mai la pubblicherò.
Comunque, credo che molti ascoltatori potranno riconoscersi in queste parole. L’amore e il dolore, quando sono autentici, finiscono sempre per assomigliarsi un po’ tra loro. Sono sentimenti universali, anche quando nascono da una storia molto precisa.
C’è una differenza importante rispetto agli altri miei testi Dark Side. Di solito il centro è il mio dolore, la mia ferita, il mio modo di stare dentro la sofferenza. Qui invece, anche se la storia è finita per volontà sua, ho cercato di non mettere me al centro. Il brano parla del suo amore che è diventato dolore, di ciò che quel sentimento ha lasciato in lei. Io resto sullo sfondo, a osservare, a raccontare, a pormi domande e ad amare. La mia era pura coerenza, almeno quando ho scritto il testo.
Alla fine «Il tuo amore è dolore» è una storia vera, ma che può appartenere anche a chi non conosce i dettagli. Una ferita privata che, forse, ha la forma di tante altre.
Hai raccontato di aver custodito i tuoi testi per oltre quarant’anni prima di pubblicarli. Cosa ti ha spinto proprio oggi ad aprire quel cassetto e condividere una parte così intima della tua vita con il pubblico?
Oggi posso usare strumenti che prima non esistevano e che mi permettono di fare quasi tutto da solo. Per me la musica non è mai stata un mestiere, ma una passione. Non ho mai sentito la necessità di pubblicare, perché potevo già condividere quella passione con gli amici. La musica mi accompagna ogni giorno: quando scrivo e anche quando, semplicemente, ascolto.
La vera spinta è arrivata da una scommessa fatta con un’amica: pubblicare una canzone che la raccontasse (niente Dark Side). Quella canzone è «Angelo biondo», la mia sesta pubblicazione, dedicata a lei, una fortissima e incredibile atleta. Solo per quella scommessa ho deciso di condividere con il mondo anche le altre mie “opere”.
Infatti, prima di arrivare a quel pezzo, ho voluto rompere il ghiaccio con alcuni testi che avevo già pronti, tra cui «Il tuo amore è dolore». Ma tutto è nato — o meglio, è rinato — grazie a lei, la mia amica Angelo biondo. È stata la scintilla che ha riaperto il cassetto. Senza quella nuova pagina, forse non avrei mai avuto la voglia di dare voce a ciò che era in silenzio.
Non ho certo vergogna dei sentimenti. Dovrebbe provarne chi non li prova. L’amore è la cosa più bella del mondo, sia quando inizia sia quando finisce, perché la fine presuppone l’averlo vissuto. E se una parte così intima della mia vita può diventare canzone, allora merita di essere condivisa.
A volte basta una amica, una scommessa, una promessa, una canzone appena nata, perché un cassetto chiuso si apra e lasci uscire la luce o meglio la musica che conteneva.

Nel tuo modo di scrivere convivono la poesia e la canzone. Quando componi, nasce prima il testo o la musica? E come riesci a mantenere quell’equilibrio tra linguaggio poetico e immediatezza pop?
Nasce sempre prima il testo. Senza nessun dubbio.
Io sono un poeta, non un musicista. La musica, per me, è il veicolo necessario per far arrivare al cuore e alla mente delle persone le mie poesie. È uno strumento, potente e prezioso, ma resta uno strumento. Le parole vengono prima. Sono loro a portare il peso, il senso, la ferita o la luce.
A volte capita che una poesia resti muta anche per anni. La scrivo, la custodisco, e solo molto tempo dopo sento che è arrivato il momento di darle un corpo sonoro. Riprendo quei versi che erano rimasti in silenzio e comincio a cercare la musica che possano abitare.
Chiaro che quando lavoro sulla musica il testo non resta intoccabile. Diventa quasi un puzzle: qualche parola va spostata, qualche verso va snellito, qualche immagine va aggiunta o tolta per ragioni di metrica e di respiro. Ed è proprio in quel lavoro di aggiustamento che, spesso, arrivano immagini nuove, dettagli che prima non c’erano e che il suono sembra richiamare.
L’equilibrio tra linguaggio poetico e immediatezza pop nasce da lì: dal rispetto per la parola e, allo stesso tempo, dalla disponibilità a farla dialogare con la musica senza irrigidirla. Non rinuncio mai alla poesia, ma accetto che debba poter essere cantata, ricordata, sentita anche da chi non cerca necessariamente un testo letterario. Deve poter ferire, consolare, fare ricordare emozioni, innamorare, desiderare o sognare, restando però accessibile.
Alla fine la canzone è semplicemente una poesia che ha trovato la sua musica.
Musicalmente il brano fonde indie pop, dream pop, art pop ed elettronica. Quali artisti o produzioni hanno influenzato maggiormente il tuo immaginario sonoro e come hai costruito l’identità musicale di questo brano?
Le mie radici più profonde affondano nei grandi musicisti e parolieri del passato: Fabrizio De André, Lucio Dalla e Battisti-Mogol. Da loro ho imparato che una canzone può essere poesia senza smettere di essere canzone, che le parole possono ferire e consolare allo stesso tempo.
Tra i poeti moderni della canzone italiana sento vicini Biagio Antonacci, Tiziano Ferro, Mango, Federica Abbate (che adoro) e Gazzelle: la capacità di raccontare l’amore e il dolore con una sincerità che non ha bisogno di filtri. E poi c’è Elisa. Di lei sono un fan innamorato da quando ha cantato la prima nota e non ho mai perso un suo concerto. La sua scrittura, la sua eleganza e la capacità di far diventare ogni canzone qualcosa di veramente magico restano un riferimento importante: i suoi testi indossano perfettamente la melodia.
Per il sound, invece, il mio immaginario si muove su piani diversi. La vulnerabilità emotiva e la forza espressiva di Halsey mi hanno insegnato che si può essere fragili e potenti nello stesso respiro. L’energia cinematografica e l’ampiezza emotiva degli Imagine Dragons mi interessano quando si tratta di far crescere un brano. Poi ci sono le atmosfere di James Blake e The xx: l’intimità, lo spazio, le texture elettroniche delicate, la malinconia luminosa. E tra i riferimenti italiani non posso non citare i Bluvertigo: la loro capacità di unire elettronica, ricerca e una certa inquietudine poetica mi ha sempre affascinato.
«Il tuo amore è dolore» nasce probabilmente da tutte queste suggestioni, ma filtrate in modo molto personale. Una scrittura poetica e un suono che vuole essere allo stesso tempo intimo e ampio, malinconico e potente. Un’identità fatta di texture elettroniche sottili e di una voce che alla fine si espone. Un brano che nasce raccolto e poi cresce, senza mai perdere la sua ferita aperta.
Detto questo, non mi sento “influenzato” in senso stretto da nessuno. La musica che ascolto di più nella vita di tutti i giorni è quella degli U2, eppure non credo che abbiano lasciato tracce evidenti in questo brano. Ascolto, assorbo, ammiro… ma poi passo tutto attraverso il mio gusto, la mia creatività e la mia personalità. Alla fine io sono io. Ho un’identità molto precisa e riconoscibile e non inseguo nessun trend.
Nelle tue presentazioni parli spesso di due anime che convivono dentro di te: il Dark Side, malinconico e introspettivo, e le Summer Vibes, più sensuali e luminose. Quale delle due senti oggi più vicina al tuo momento artistico e pensi che riusciranno sempre a convivere nella tua musica?
Bella domanda. E, come spesso accade con le domande belle, la risposta non è semplice.
Dentro di me convivono due anime che non si alternano per scelta, ma per necessità. Le mie canzoni sono figlie delle stagioni della vita. Cambia tutto a seconda di ciò che sto attraversando: un amore luminoso e idilliaco, un amore tossico che brucia, una separazione che lascia macerie o quella folle vertigine che è l’innamoramento. Cambia anche il luogo in cui mi trovo. Una chitarra davanti a un falò in spiaggia chiama una luce diversa da quella che nasce davanti a un camino in montagna, mentre fuori piove o nevica. A volte basta il cielo: se è grigio o se è chiaro. A volte, ancora più semplicemente, dipende da come si apre o si chiude la giornata (scrivo molto più spesso di notte).
Se devo essere onesto, il Dark Side non è il mio modo di vivere, ma il mio modo di scrivere. Non sono una persona triste. Nella vita quotidiana non resto a lungo in quella zona d’ombra. Però è proprio quando c’è sofferenza che le canzoni arrivano di più e restano. Quando sono estremamente felice, raramente scrivo. La felicità piena mi toglie quasi il bisogno di mettere nero su bianco. Il Dark Side, invece, mi spinge a farlo. È lì che trovo le parole più vere, è lì che la ferita diventa poesia e poi musica.
L’altra anima, quella più sensuale e luminosa, affiora nei momenti di innamoramento folle o quando ho voglia di giocare e di scherzare con le parole. Ma è il lato scuro a parlare più spesso e con più forza.
Le due anime continueranno a convivere nella mia musica perché sono entrambe vere. Solo che una delle due, quella legata alla sofferenza, ha scritto molte più canzoni (e molte rimarranno nel cassetto).
Lasciamo l’ ultimo spazio dell’ intervista al nostro ospite. Puoi ora lanciare un tuo messaggio o rispondere alla domanda che avresti voluto ma non ti è stata fatta!
Sei così bravo che non ci sono domande che ti sei perso per strada.
Se vuoi, però, posso confessarti quale è la domanda che non avrei voluto che tu mi facessi e che fortunatamente non mi hai fatto: «Come si chiama la protagonista della canzone?». Non me l’hai chiesto e, quindi, non te lo dico.
Approfitto di questo spazio per lanciare un messaggio semplice: amiamo senza paura. L’anima gemella esiste.

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