Bentornato Lou Vice su Fuori La Scatola per questa nuova intervista! Il tuo EP si muove tra adolescenza, televisione, calcio, musica e primi ricordi degli anni ’90 e 2000. Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che quel passato poteva diventare materia per un disco, e non soltanto un insieme di ricordi personali?
Ciao a tutti! È sempre un piacere rispondere alle vostre domande. Settembre non finisce mai è nato appunto da un insieme di ricordi che giornalmente rivivo da almeno 25 anni, proprio nell’anno 2001, un anno molto significativo per me: la fine delle vacanze coincideva con l’inizio della guerra al terrorismo, l’inizio delle medie coincideva con la fine dell’innocenza.
Ma anche a livello compositivo: per la prima volta, a 11 anni, riuscivo a registrare in multitraccia con delle audiocassette. Cose che all’epoca erano veramente impensabili per un ragazzino che si affacciava per la prima volta alla musica, specialmente in quegli anni, dove la tecnologia non era così accessibile come ora.
Il titolo “Settembre non finisce mai” contiene una doppia sensazione: quella di un nuovo inizio e, allo stesso tempo, del confronto con ciò che è passato. Che cosa rappresenta oggi “settembre” per Lou Vice e perché hai sentito che queste parole potevano racchiudere l’intero EP?
Settembre è da sempre, per tutti, l’inizio di qualcosa di nuovo: anno scolastico, anno lavorativo. Le novità si guardano sempre con un occhio particolare e alcune volte vogliamo che certe sensazioni finiscano presto, ma invece non finiscono mai. E quando invece poi non ci pensiamo più, ci rendiamo conto che il tempo è volato via. Lo so, sono pensieri un po’ troppo astratti e articolati, ma tutto ciò è nato così. 😀
“Quattro minuti” nasce da una melodia registrata su cassetta quasi vent’anni fa. Che effetto ti ha fatto riascoltare oggi qualcosa che apparteneva a una versione molto più giovane di te? Hai cercato di conservare quella traccia del passato o di trasformarla completamente?
È nato tutto per caso. Facevo ordine in una stanza di fianco al mio studio e ho cominciato a ritrovare cassette che credevo ormai perdute. Partivano dal 1999 al 2005 e, tra queste, ascoltando tutti i nastri, incappai in una melodia che ogni tanto, nel corso degli anni, mi veniva in mente fischiettando.
Subito riaffiorarono ricordi: agosto/settembre 2001, prime registrazioni con voce e chitarra e questa melodia canticchiata con la voce da ragazzino. Avevo già iniziato le registrazioni del disco e, grazie a questo ritrovamento, capii che la strada era per forza quella giusta.

“Quel gol di Shevchenko” parte da un episodio calcistico molto preciso, ma nel disco assume un significato più ampio. Quanto è importante per te il rapporto tra un ricordo collettivo e la memoria personale, e perché proprio quel gol è diventato una canzone?
Erano ancora i tempi delle partite in chiaro alla TV di Stato o su Mediaset, in questo caso la Coppa Italia. Ma da simpatizzante del Milan, non posso non ricordare le partite in Champions con appunto Shevchenko goleador e il giorno dopo gli sfottò ai miei compagni di banco, juventini o interisti; al Sud si tifano maggiormente queste tre squadre.
Quindi è sempre un filo continuo sull’adolescenza, sui poster appesi al muro, cose a cui i giovani d’oggi ormai non pensano più.
E vorrei citare una frase della canzone, “le connessioni lente duravano”, riferita appunto alle connessioni dei modem 56k, lentissime, ma intese anche come connessioni vere tra le persone, perché appunto c’erano amicizie che duravano veramente.
L’EP attraversa momenti rock, passaggi più sperimentali e una ballad, senza voler essere semplicemente un disco nostalgico. Musicalmente, quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra il suono che associ a quegli anni e il linguaggio artistico che senti tuo oggi?
Avrei potuto benissimo usare un sound più moderno, usare batterie campionate come fanno la maggior parte degli artisti di oggi, ma ho sempre preferito i suoni reali, gli sbagli di un colpo di batteria, così come una nota di chitarra o di basso un po’ calante.
Tutto ciò è stato un collante tra i vari generi che si susseguono nel disco, come se appunto fosse “un viaggio di 220.000 ore”, ovvero 25 anni circa. Questo linguaggio musicale, per quanto possa ad alcuni sembrare antico o fuori moda, per me è la benzina che mi fa camminare in queste strade sterrate.
Lasciamo l’ultimo spazio dell’intervista al nostro ospite. Puoi ora lanciare un tuo messaggio o rispondere alla domanda che avresti voluto ma non ti è stata fatta!
Nel disco ci sono molti riferimenti, sia scritti che udibili e anche non tanto nascosti, su missili, bombe, conflitti e tutto ciò che da inizio anni 2000 stiamo vivendo in tutto il mondo.
Le generazioni di oggi ormai queste notizie le vedono come normalità, ma nella mia adolescenza l’innocenza era diversa, e vorrei si potesse in qualche modo ritornare a quella spensieratezza. Lo dico più che altro per le generazioni future, che con tutto quello che hanno ormai hanno perso il gusto nel vivere i momenti più semplici.

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