Non servono necessariamente produzioni monumentali, arrangiamenti sovraccarichi o decine di tracce per raccontare il caos dell’età adulta. A volte bastano tre musicisti, un amplificatore che spinge, una batteria che non ha paura di picchiare e qualcosa da dire. È da questa essenzialità che prende forma Drammedia, il debutto omonimo del trio bresciano composto da Andrea Distefano, Elia Beffa e Simone Gnali: sette brani che cercano nel rock alternativo un linguaggio ancora capace di dare un nome alla rabbia, alle fragilità e a quella sensazione, tipicamente contemporanea, di essere sempre in bilico tra ciò che siamo stati e ciò che vorremmo diventare.
Il paradosso è già tutto nel nome: Drammedia, fusione di dramma e commedia. Non una semplice trovata linguistica, ma una dichiarazione d’intenti che attraversa l’intero lavoro. Perché il punto non è raccontare soltanto le cadute, ma capire cosa può nascere dopo. Una relazione che finisce, la difficoltà di trovare il proprio posto, lo scontro tra generazioni, la paura di non raggiungere i propri obiettivi: Drammedia parte da situazioni tutt’altro che leggere, ma non sceglie mai definitivamente il buio. Anche quando la musica si fa più aspra, rimane sullo sfondo l’idea che una trasformazione sia possibile.
Il disco affonda consapevolmente le proprie radici nel rock alternativo degli anni Novanta e nei suoi successivi sviluppi. Nirvana, Foo Fighters e Radiohead sono riferimenti dichiarati, ma ciò che conta è che i Drammedia non sembrano voler ricostruire artificialmente un’epoca. Piuttosto, ne recuperano alcuni codici — il contrasto tra fragilità e potenza, la centralità del riff, l’alternanza tra quiete ed esplosione, una certa insofferenza verso l’eccesso di artificio — per metterli al servizio di una scrittura che parla dell’oggi.
Registrato in presa diretta al Poddighe Studio di Brescia in appena due giorni, l’album porta inoltre con sé una componente fisica che è parte integrante del suo fascino. La scelta produttiva privilegia la sensazione di band che suona insieme rispetto alla perfezione chirurgica della produzione moderna. Si percepisce, almeno concettualmente, il desiderio di lasciare respirare l’interazione tra voce, chitarra, basso e batteria, mantenendo quell’immediatezza che ha sempre rappresentato una delle grandi forze del rock a tre.
L’apertura di “Veleno” è coerente con questa impostazione. Un riff tagliente introduce una canzone costruita intorno alla necessità di chiudere una relazione diventata tossica e, soprattutto, di ritrovare la forza necessaria per farlo. Non c’è una particolare voglia di addolcire il concetto: il dolore viene trasformato in energia, il distacco in una forma di autodeterminazione. È un tema ampiamente frequentato dalla storia del rock, ma proprio per questo la sua efficacia dipende soprattutto dalla sincerità con cui viene affrontato. E qui il linguaggio diretto dei Drammedia sembra trovare la propria dimensione naturale.
Con “SEI” emerge con maggiore chiarezza una delle cifre del trio: il gioco delle dinamiche. Parti pulite e aperture distorte si alternano, mentre basso e batteria costruiscono una base compatta sulla quale la chitarra può passare dalla tensione alla deflagrazione. È una formula che richiama inevitabilmente il rock alternativo degli anni Novanta, ma che continua a funzionare proprio perché non ha bisogno di effetti speciali per risultare efficace.
Il vero elemento interessante, in questo senso, è il modo in cui i Drammedia sembrano intendere il contrasto. La distorsione non è semplicemente un volume più alto: è la conseguenza di una tensione accumulata. Prima bisogna costruire l’attesa, poi arriva l’esplosione. È una grammatica semplice, ma fondamentale per una band che vuole coniugare immediatezza e intensità.
Dopo l’impatto iniziale, “Immobile” cambia prospettiva e introduce la componente più riflessiva del disco. La ballad, nata dalla penna di Andrea Distefano già nel 2017, affronta una sensazione tanto comune quanto difficile da tradurre in musica: voler cambiare la propria vita e, contemporaneamente, sentirsi incapaci di muovere il primo passo. L’immobilità del titolo diventa così una condizione mentale prima ancora che fisica.
È un momento importante nella sequenza dell’album, perché dimostra che il concetto di forza dei Drammedia non coincide esclusivamente con l’impatto sonoro. Anche la fragilità può diventare materia rock. Anzi, è probabilmente proprio nella capacità di mostrare le proprie incertezze che un disco del genere trova il suo lato più umano.
Con “GEN”, invece, la dimensione personale si allarga e diventa sociale. Il confronto tra generazioni viene affrontato senza la tentazione di trasformarlo in una guerra tra buoni e cattivi. Ogni generazione, suggeriscono i Drammedia, è figlia delle proprie circostanze e affronta le proprie battaglie con strumenti differenti. È una prospettiva meno aggressiva di quanto il tema potrebbe suggerire, e proprio per questo più interessante: non si tratta di stabilire chi abbia ragione, ma di mettere in discussione la facilità con cui ci si giudica reciprocamente.
A questo punto arriva “Dramma e Commedia”, la title track e unico episodio interamente strumentale. È probabilmente il brano che meglio sintetizza la filosofia dell’intero progetto. La prima parte è scura, tesa, quasi inquieta; poi qualcosa comincia lentamente a cambiare e il brano si apre verso un crescendo liberatorio. Non servono parole: il significato è affidato alla progressione stessa della musica.
Ed è una scelta particolarmente efficace perché evita di spiegare ciò che il titolo ha già dichiarato. Il passaggio dal dramma alla commedia non viene raccontato, viene suonato. La tensione si accumula, raggiunge il proprio punto massimo e infine si scioglie. Non è una felicità ingenua, né la cancellazione di ciò che è successo prima. È piuttosto quella sensazione di quiete che arriva dopo aver attraversato una tempesta.
“Ora e qui”, evoluzione del brano originariamente intitolato I’m Far, porta il discorso sul tema dell’età adulta e sulla difficoltà di abitare veramente il presente. Anche qui il concetto di crescita non viene trattato come una conquista definitiva. Diventare adulti significa forse imparare che non esiste un momento perfetto in cui tutto si sistema e che, spesso, l’unico modo per smettere di sentirsi fuori posto è accettare di essere esattamente dove ci si trova.
La conclusione affidata a “Mosaico” completa il percorso con un’idea che sembra quasi inevitabile dopo tutto ciò che è venuto prima: le imperfezioni non sono necessariamente qualcosa da nascondere. Possono essere i frammenti che compongono l’immagine finale. Il concetto di autenticità, dunque, non arriva come una morale appiccicata in coda al disco, ma come il punto d’approdo naturale di un viaggio che ha attraversato relazioni, fallimenti, conflitti, paura e cambiamento.
Ed è qui che Drammedia trova la propria coerenza più evidente. Le sette canzoni non sembrano concepite come episodi completamente indipendenti, ma come diverse angolazioni dello stesso interrogativo: come si fa a trasformare ciò che ci ferisce in qualcosa che ci permetta di andare avanti?
La risposta dei Drammedia non è particolarmente filosofica, e forse è proprio questo il suo pregio. È una risposta fatta di chitarre, dinamiche, sudore, testi diretti e una band che sceglie di suonare senza nascondersi dietro una produzione eccessivamente levigata. Il riferimento agli anni Novanta è evidente e, in alcuni passaggi, può risultare persino ingombrante: quando si evocano nomi come Nirvana, Foo Fighters e Radiohead, il rischio di essere percepiti come derivativi è inevitabile. Ma il valore del debutto non sta nella pretesa di aver inventato un nuovo linguaggio. Sta nella volontà di prendere un linguaggio conosciuto e usarlo per dire qualcosa che appartiene ai Drammedia.

In questo senso, la registrazione in presa diretta e la scelta di mantenere una dimensione fortemente organica assumono un significato preciso. Drammedia è un disco che sembra voler ricordare che il rock, prima di essere un genere, è una forma di relazione tra musicisti. Tre persone nella stessa stanza, una canzone da sostenere e l’energia che passa dall’una all’altra. È una filosofia apparentemente semplice, ma che oggi può diventare quasi una scelta controcorrente.
Il risultato è un esordio sincero, fisico e soprattutto coerente con la propria dichiarazione d’intenti. Non è un album che cerca di impressionare a tutti i costi, né uno di quei debutti costruiti per dimostrare immediatamente quanto una band sappia essere sofisticata. I Drammedia scelgono invece la strada dell’immediatezza, e in questa scelta trovano la loro principale forza.
Drammedia parla di cadute senza trasformarle in tragedie definitive. Parla di crescita senza celebrarla come una soluzione magica. Parla di autenticità senza pretendere che l’imperfezione debba diventare necessariamente bella. E soprattutto comprende che dramma e commedia non sono davvero opposti: spesso sono due momenti della stessa storia.
Il debutto dei Drammedia è, in definitiva, un disco sul momento esatto in cui si decide di ricominciare. E se la sua musica guarda indietro, verso una stagione fondamentale del rock alternativo, il suo sguardo è rivolto decisamente in avanti.

CONTATTI
YouTube: https://www.youtube.com/@DRAMMEDIA
Instagram: https://www.instagram.com/drammedia.trio?igsh=MTFuc2N3MWc4MzE1ZQ==
Apple Music: https://music.apple.com/it/album/drammedia/1894186112
