Fare un disco strumentale e lontano dalle logiche mainstream oggi significa anche mettere in discussione il modo in cui siamo abituati a consumare la musica. In un sistema che premia i ritornelli immediati, le canzoni brevi e i contenuti capaci di catturare l’attenzione in pochi secondi, scegliere di non offrire appigli immediati può diventare una forma di resistenza. Non basta essere sperimentali per essere rivoluzionari, naturalmente, ma rivendicare il diritto di non essere immediatamente comprensibili è già un buon punto di partenza.
Gli Hibaku Jumoku costruiscono il proprio linguaggio attorno a una formazione insolita: Paolo Inserra alla batteria, Antonio Gallucci al sax tenore e Francesco Bucci al basso tuba. Tre strumenti che rinunciano alle gerarchie più convenzionali per cercare un equilibrio continuamente mutevole. Il tuba non si limita a sostenere gli altri, il sax non è sempre chiamato a guidare il discorso e la batteria non serve soltanto a tenere insieme il ritmo. Ognuno può spostare gli equilibri, creare tensioni e aprire direzioni inattese.
Le influenze jazzistiche si intrecciano con una fisicità che richiama il punk, suggestioni afro e mediterranee e interventi elettronici. Ma più che la somma dei generi, interessa il modo in cui questi elementi convivono senza perdere la propria capacità di disturbarsi a vicenda. La sperimentazione non diventa una semplice esibizione di tecnica: è una ricerca collettiva che richiede ascolto, disponibilità al cambiamento e capacità di lasciare spazio agli altri.
C’è anche una questione geografica che merita attenzione. La scena indipendente veneta non coincide con un’identità sonora univoca e non ha bisogno di essere raccontata come una provincia in attesa di raggiungere Milano o Roma. Esistono percorsi che si sviluppano attraverso reti, collaborazioni e spazi di ricerca lontani dai centri più visibili dell’industria culturale. Gli Hibaku Jumoku appartengono a questa possibilità: quella di costruire un linguaggio senza doverlo rendere immediatamente riconoscibile o adattarlo a un mercato che chiede continuamente di semplificare.
Il loro disco non è politico perché contiene slogan o proclami, ma perché difende una diversa idea di ascolto. Non tutto deve essere immediato, non tutto deve diventare un contenuto e non tutto deve essere pensato per circolare velocemente. Una musica che lascia spazio all’ambiguità obbliga chi ascolta a partecipare, invece di limitarsi a riconoscere qualcosa che conosce già.
Il nome del trio richiama gli alberi sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima: un’immagine di resistenza che non implica il ritorno a ciò che si era prima, ma la possibilità di continuare a crescere dopo una frattura. È una suggestione che accompagna bene una ricerca sonora fondata su collisioni e trasformazioni. Gli Hibaku Jumoku non pretendono di riscrivere le regole del jazz, né devono dimostrare di essere un’alternativa assoluta al mainstream. La loro forza sta nel ricordarci che esistono ancora musiche che non chiedono di essere consumate in fretta, ma soltanto di essere ascoltate davvero.
