EVELINA: il nuovo progetto senza volto della scena indipendente (e forse senza contenuti)

C’è un nuovo personaggio sulla scena indipendente, senza volto, senza identità, senza molte informazioni se non il nome di Evelina. Questo nuovo progetto, che firma un disco dal titolo “L’assedio“, rifiuta di accompagnarci per mano, ma lascia che sia la musica a parlare: un’artista queer che però di queer non ha molto, se non una vaga simpatia per il personaggio di Pasolini (che non viene mai neanche nominato in cartella stampa), ma forse non bisogna neanche essere queer per avere una simpatia tale. Si fa fatica a parlare di un disco del genere, anche se ce lo hanno chiesto e non tarderemo a farlo, ma perchè, come spesso accade con una generazione legata alla musica televisiva e mainstream, lontana dal sottobosco dei social e di internet, firmata da persone che probabilmente non si sono mai interrogate molto. Raccontare il dolore significa inevitabilmente esporsi, raccontarsi, districare episodi autobiografici e poi, eventualmente, togliere, fino ad arrivare ad un contenuto criptico. Qui di dolore c’è solo una retorica sterile, vagamente arrabbiata, vagamente tante altre cose.

“L’Assedio” è una sorta di kintsugi giapponese. Frammenti dispersi, uno schianto previsto quanto improvviso; e poi ricomposti pazientemente – in un tempo lento, dilatato, a tratti immobile e silenzioso – a restituire una forma perduta, forse non più capiente ma con le ferite impreziosite dall’oro. Un volo inceppato sul tempo, sospeso senza rimedio tra futuro e passato, sequestrato nel presente. Il piatto ritrovato tramite la tecnica del kintsugi è un disco dalla forma incosueta e molto fragile, che non si incastra in nessun target, che non entrerà mai in nessuna playlist, e non si capisce neanche troppo perchè dovrebbe essere anonimo. Chi racconta cose pericolose di solito ha bisogno di mascherarsi, chi racconta una generazione o una minoranza (Myss Keta, Liberato…), ma in questo caso non ritroviamo nessuna motivazione.

Il vero peccato è che Evelina, questa creatura musicale dalle vibes incerte e dai tratti confusi, suona anche bene, riporta ai periodi in cui ci facevamo male al Leoncavallo, ai periodi dell’alternative rock e dei dischi masterizzati, che ci si passava con fame da compagno a compagno, a quando la musica era anche politica. Ma se si vuole creare un manifesto generazionale, se si vuole fare politica, perchè essere così dannatamente vaghi? Perchè parlare di Palestina (ci sembra di capire…), senza parlare veramente di Palestina? Perchè parlare di Pasolini, senza raccontare Pasolini? Perchè definirsi queer senza fare alcun accenno di ciò, tema sempre necessario anche in questo 2024, in nessun contesto? Questa maschera, questo filtro ossessivo che ritroviamo in questo disco, ci tiene a distanza, e non ci consente di entrare in sintonia.

L’effetto amarcord è bellissimo e violento, un disco che viaggia nel tempo e ci porta a quei gruppi che ascoltavamo abbracciandoci, e che non esistono più: siamo in un momento storico dove solo i “vecchi” prendono un aereo per andare a Berlino a vedere i CCCP, e Spotify isola qualsiasi cosa non suoni come un brano da Scuola Indie. Questo disco è una resistenza, ma in opposizione a un presente che forse andrebbe compreso, prima che di bombardarlo con la poesia, che rimane fine a sè stessa senza nemici.

Evelina ha una voce maschile, ha le chitarre distorte ma anche quelle acustiche, ha brani che si possono pogare ma che si possono anche ballare, ci sono momenti di carezze, ed altri di pugni e, come in una relazione tossica, ne rimaniamo avvinghiati, ma non capiamo perchè le une, e perchè gli altri. Una poesia fine a sè stessa che non si capisce di cosa parli, a chi parli. Un manifesto autoreferenziale per nessuno, faticoso e distanze, come un pazzo che urla per strada cose bellissime, ma a chi, e perchè non sa. Un piccolo peccato, e un’occasione sprecata, una bozza che andrebbe sviluppata. Restiamo in ascolto!

MM