10 nuove uscite indipendenti (e italiane!) che potreste portare in vacanza quest’estate

Siamo di nuovo a questo punto, con l’estate alle porte e noi che accumuliamo playlist su Spotify, che forse non ascolteremo mai ma che saranno comunque stracolme di brani che non ci piacciono veramente: perchè Angelina Mango ci è entrata in testa e non facciamo che canticchiare tutto ciò che pubblica, ma forse è arrivato il momento di scavare, scavallare l’algoritmo e andare a scovare dei brani che ci possano smuovere davvero. Ed ecco il senso di questa nuova raccolta: 10 brani che probabilmente non avete mai sentito prima, che potreste scoprire nei vostri momenti di malinconia a bordo piscina.

“Bolle” di Errico Canta Male

E volevamo iniziare con un piccolo disco che parla di amore, quello timido, quello a cui pensiamo sdraiati sui sassi e che non fa troppo rumore nella vita reale. Errico Canta Male è un nome che ci ha colpito davvero tanto ultimamente, che non canta male davvero, e che con il suo folk rock gracchiante si pone come un moderno cantastorie. “Bolle” (terza traccia del suo nuovo disco “Eleison”) è l’estate selvaggia, sessuale, sudata, l’estate lontana, la bellezza devastante del fuori, e il tormento dei pensieri. Un disagio condiviso da noi indie-rockers di quartiere. Questo brano è una passeggiata infinita sotto il sole, che fa così male perchè ci ricorda tutto il tempo che abbiamo e che stiamo buttando via, in città.

Elèison è una parola Greca che vuol dire pressappoco “pietà”.
La traduzione è incerta, e anche nel rito latino la parola era lasciata in greco, per mancanza di parole adatte. Errico ritorna così con un disco che tocca tematiche più personali ed intime: un mondo subacque e ipnotico, l’elaborazione di un trauma in formato musica, partendo dal titolo che è una parola greca che vuol dire pressappoco “pietà”. La traduzione è incerta, e anche nel rito cattolico latino la parola era lasciata in greco, per mancanza di parole adatte. 

“Non avere paura di te” de I Temporali

E a proposito di Temporali estivi, non possiamo che riproporvi un disco che forse avevate dimenticato o mai visto prima, si tratta di “Tre stagioni. La vita sognata, la vita vera“. E di questo piccolo disco, un regalo per una sera solitaria estiva, sulla spiaggia più locale che possiate immaginare, magari sul lago di Como, una spiaggia che sa di casa, di pensione e di vecchiaia che incombe, ci ha colpito “Non avere paura di te“: la fine di una storia, quella che è finita perchè non abbiamo osato abbastanza, un non ritorno che rimane sospeso, e poi si finisce per pensarci tantissimo, tutta la sera, tutte le sere, tutta l’estate.

Questo disco è un piccolo posto da arredare con cura e da fare proprio per tre stagioni, sette mesi e duecento giorni. Sei piccoli passi, sei canzoni da tenere strette da qualche parte dentro al cuore, per coltivare il dolore scaturito da una separazione. Il lutto, la perdita, il disorientamento. E poi, dentro questa stanza, imparare a fare di questo dolore qualcosa di proprio, farne una parte di sé. E finalmente uscire fuori.

“Tu dove sei” di Roberto Benatti

Quello che vi stiamo segnalando è una piccola chicca del cantautorato indipendente, un nuovo sotterraneo davvero che forse non vi sarebbe mai capitato di incrociare. Roberto Benatti è un musicista quotato, contrabbassista dell’Orchestra della Scala, che timidamente scrive canzoni, sulla sua Silvia, sulla sua vita speciale, speciale uguale a tante altre. “Tu dove sei“, in particolare, è stato il primo brano che abbiamo ascoltato di quest’artista: una chitarra complice come se fossimo a casa sua, a cena con i personaggi di cui parla nei suoi brani. La sensazione è proprio questa: di trovarsi in visita a casa di amici, amici di amici che conosciamo poco, poi le serate estive, le cene all’aperto, a raccontarci gli amori passati che poi sono diventati quelli presenti. A casa di Roberto e Silvia.

Benvenuti in un nuovo mondo a tinte pastello che ci svela un’intima autobiografia musicale: una storia d’amore di quelle forse molto comuni, con un lieto fino decisamente meno comune – un brano che fa parte di un disco sinora rimasto nascosto. Roberto ci racconta quindi della sua Silvia, incontrata sui banchi di scuola, che ancora lo chiama per cognome. 

“Spogliati” di Pezzopane

L’ordine che è il titolo di questo pezzo è perfetto per la spiaggia, anche quando l’affronteremo con i temporali e le nuvole, in questo 2024 dove l’estate italiana sarà piena di pioggia e freddo. “Spogliati” in questo caso è un invito a esporsi, a viversi l’estate nonostante tutto, nonostante il meteo avverso, il periodo complicato o qualsiasi altro impedimento. Chiudete gli occhi e lasciatevi andare a questo racconto malinconico, con i synth di chi si è appena lasciato e mastica paranoie. Pezzopane, che da poco ha pubblicato il suo ultimo album dal titolo “Sembra ieri” ci regala uno sfogo spassionato, per chi vuole ritrovarsi in una quotidianità che non ha più senso, per chi rivuole una storia, anche se non c’è più niente. Per tutte le estati piene di pioggia che vivremo da qui in avanti.

Uscito dal monolocale milanese in cui sono nate le storie del suo primo disco, Pezzopane ritorna quindi all’aria aperta con un album di 10 brani (e questo è uno di questi dieci) dal sapore pop fuorimoda che racchiude una retrospettiva di ricordi ed esperienze – personali e non – filtrate attraverso la solita dissacrante e malinconica ironia che lo caratterizza. La pandemia del 2020 è stata per Pezzopane l’occasione per riflettere sul proprio vissuto e rendersi conto di quanto il tempo passi in fretta e come il proprio passato non sembra mai troppo distante, soprattutto quando le vicende vissute lasciano il segno.

“107 (opinioni)” dei PLZ

Un nuovo capitolo da un’anima elettronica che si aggira come un fantasma per Milano. Quello dei PLZ è un progetto che era stato pulsante e segreto per ben tre anni, prima di emergere di nuovo con un paio di brani, questa settimana con il singolo “107 (opinioni)“. Un tappeto elettronico martellante ed ossessivo, ci accompagna verso la consapevolezza che avremmo troppe opinioni, su qualsiasi cosa, di pensieri intrusivi e ossessivi, che ci portano ad avere voglia di tranquillità, di perdere la testa ad un rave, di passare un’estate a Milano, senza pensare a niente. Questo brano è una piccola mina che ci martella nel petto, senza essere troppo invadenti, senza essere paraculi, ma con una nuova e irresistibile svolta verso sonorità 2step garage, affascinati come sono i PLZ dai suoni South London.

Forse questo numero, il 107 che dà il titolo al brano, ha un significato esoterico, da numero primo senza quadrati. O forse 107 è solo il numero del preset da cui è nato questa traccia, la prima scritta per il nuovo disco dei P L Z

“Nils” di Damon Arabsolgar

Ci è piaciuto davvero tanto ascoltare Damon Arabsolgar in italiano, già dei tempi dei Pashmak quando era uscito “Laguna“, ma anche con i Mombao quando aveva presentato ad X-Factor una cover di Battiato, con quel suo timbro e sporco, simile solo a sè stesso, a una belva musicale ed emotiva rara che non riusciamo ad accostare a nessun altro. Oggi invece ci sorprendiamo di ritrovarlo in inglese, nel suo nuovo singolo “Nils“, un brano di gestazione antica, che non viene camuffato, reinterpretato, piegata all’italiano – così vorrebbe la coerenza, per il suo nuovo progetto solista. E invece ecco “Nils“, un che fa riferimento a un’estate lontana, quella del 2016 che Damon ha passato a Milano: un paio di microfoni, uno studio allestito in casa, e l’inizio di quello che sarebbe diventato poi il disco solista di Damon Arabsolgar.

Intenso, brutale e bellissimo,

“Per colpa di” di FREDDO

E tutto avremmo potuto aspettarci, ma non un singolo estivo da parte di Freddo, cantautore di stanza a Londra, di oscurità elettronica e vibrante, con innegabili remind agli anni Novanta. Ma non stavolta. Questo brano segue l’idea che si possa fare un brano allegro, ma restando incredibilmente serio. Reduce da una scena impegnata, Freddo non abbandona il concetto di musica come politica, e affonda in una una matrice ritmica precisa, in un codice sonoro che e’ una interpretazione pop di un certo afro-reggae anni 80. Con un groove “elettro-roots” il brano e’ immediato e naturale strizzando l’occhio ad Alpha Blondy e alle atmosfere latino/internazionali alla Manu Chao che aiutano a dare rimandi di terre lontane, e una base coerente al testo e alla tematica.

Una canzone che parla di un amore lontano, che sentiamo incredibilmente nostra e vicina, e che forse ci ritroveremo a cantare quest’estate. Sorprende questo cambio di rotta, di un Freddo che non sembra neanche lui, e sicuramente non è freddo, ma non ce ne dispiacciamo per niente.

“Musette” di Alvise Carraro

E per quelle serate, con il mare al tramonto e la testa azzerata, non possiamo che proporvi l’ultimo lavoro del compositore Alvise Carraro: la colonna sonora del videogioco wibzel. E forse saremo noi ignoranti e zotici, ma ci siamo sorpresi di quanto potesse essere godibile una colonna sonora, anche a prescindere dal supporto per il quale è stata pensata. “Musette” in particolare è un tunnel sonore che sa di perdizioni, quelle semplici come addormentarsi sulla spiaggia, come sparire per un weekend, come abbracciarsi di notte. Complici i colori della copertina, ma questo disco è un tramonto estivo, forse uno dei primi, quando sta per iniziare tutto: una melodia ipnotica, brillantini e sappia nelle scarpe.

“13” di Raffaella

Diciamo pure che trovare un videoclip dove nel titolo non compare neanche l’artista non è stato facile, se poi ci aggiungiamo il fatto che l’artista si chiama semplicemente Raffaella, il livello di difficoltà nell’avere a che fare con questo brano aumentano. E, fermi tutti, non c’è niente di male a chiamarsi solo Raffaella (basti pensare a nomi come Giorgia, o Mina…), solo che forse in questa sovrabbondanza musicale, l’essere trovati è ciò che più conta. Provate a cercare questo video su Youtube, senza avere il link diretto. Se ci riuscite, vi stringeremo la mano.

Ma a parte questo, non abbiamo una singola critica a questo brano, che come un prematuro tormentone estivo, ci accompagna insistentemente e ci fa innamorare: è un brano malinconico e martellante, che allo stesso tempo sa di casa, parla di una nonna, di un amico, di una vita che, per la prima volta, sembra andare tutto bene. Dedicato a chi si rifugia nei numeri, a chi ama ballare ma è anche un po’ asociale, questo brano parla a tutti noi che amiamo la musica, con delle sonorità ottantine, con un gioco di synth mischiato allo stile pop rock che contraddistingue tutti i brani del nuovo album.

“Se non ti bagni con me” di Frisàri

Un muro di suono, come quello di cui non ascolta, come quello di chi non ha il limite di un sì, di un consenso. Frisàri ci riporta ai tempi in cui ci piaceva pogare sotto palco, in cui ci scontravamo con la monotonia scolastica e ci aggrappavamo alla musica rock, come se fosse la nostra unica salvezza. Le chitarre violente, sessuali, e un brano che ci sconsquassa nelle viscere e fino al midollo. Musica adolescenziale, e non nel senso di immatura, ma nel senso di salvifica: è quella dimensione lì, del passato, della vita e della passione che avevamo, più o meno tutti noi musicofili di quartiere, quando ascoltavamo la musica come se fosse l’unica cosa importante. Frisàri è così, e basta.

Se non ti bagni con me” era nata come un lento chitarra e voce che si é trasformato concerto dopo concerto in un inno post-punk liberatorio. La canzone apparentemente spensierata cela la rabbia del racconto di uno stup*o. Più che il gesto in sé il brano analizza il tema del consenso, della deresponsabilizzazione che caratterizza la violenza nei rapporti e nelle relazioni “se non ti bagni con me bevi un bicchier d’acqua” e il vincolo esistenziale tra chi commette violenza e chi la subisce “le nostre foglie cadono ugualmente, da sole quindi anche io le vedo”. Il muro di suono che caratterizza l’arrangiamento rappresenta il muro che ci impedisce di scorgere la violenza  nella nostra società ed é proprio questa la forza del brano che riesce a sfuggire a valutazioni morali di sorta travolgendo l’ascoltatore che si ritrova a pogare sulle ceneri della dittatura del patriarcato.